lunedì 13 febbraio 2017

La mezza ridotta di Port-au-Prince

Ho lasciato Juba a fine novembre. Non ce la facevo più. Volevo tornare a stare con la mia famiglia in Uganda. Quindi mi hanno mandato in missione a Haiti.
Haiti quindi, isola dei Caraibi, belle spiagge, ma tanti problemi. E se sono venuto qua, è solo per colpa dell’uragano Matthew che ha fatto molti danni. Non è l’ideale, ma sempre meglio del Sud Sudan.
Haiti, quindi, e una domenica di dicembre con un collega passata nella costa Sud, in un posto che si chiama Jacmel. Le indicazioni che ci hanno dato sono sbagliate, ci ritroviamo in una cittadina in piena decadenza, i danni del terremoto anche ben visibili, una spiaggia piena di detriti, caldo soffocante. Ci fermiamo per mangiare un boccone e una ragazza canadese, vedendo i miei tatuaggi, mi dice che a febbraio, nella capitale Port-au-Prince, ci sarà una maratona.
Fast forward e mi ritrovo il 12 febbraio ad uscire di casa alle 4.30 del mattino per andare in zona partenza. Ho deciso di iscrivermi alla mezza, ma da più di una settimana ho un problema al polpaccio che mi impedisce di correre e se riesco a correre, mi impedisce di spingere. E’ una settimana che non corro nella vana speranza che il dolore sparisca. Mentre scendo le scale, sento che il dolore è sempre lì, maledetto.
Esco. Buio pesto. Le regole di sicurezza delle Nazioni Unite mi impedirebbero di uscire a quest’ora, è ancora copri-fuoco, e tanto meno uscire a piedi da solo. Ma d’altra parte, non ho molte scelte. Taxi qui non esistono. Ho camminato e corso in città e non mi sono mai sentito veramente in pericolo. Decido di andare e arrivo infatti senza alcun problema in zona partenza. La partenza della maratona è a Place Boyer, a circa un chilometro dal mio alloggio. La mezza invece parte dall’aeroporto e uno shuttle è stato organizzato per portarci. L’arrivo della mezza e della maratona è in questa piazza Boyer, che si trova nel punto più alto della città, Petion Ville. Chi corre la maratona si farà quindi circa 21 chilometri di discesa per arrivare all’aeroporto, e poi l’altra mezza in salita per tornare al punto di partenza. Chi fa la mezza invece, ha il privilegio di farsi praticamente tutta la gara in salita.
I partecipanti alla maratona sono una ventina, forse meno. Un tedesco, un inglese, qualche americano, dei giapponesi e un paio di haitiani. Il tedesco, 77enne, è alla sua 500esima maratona, l’americano di qualche anno più giovane, alla sua 180esima. Verso le 5 e 15, partono. I partecipanti della mezza si sistemano nello shuttle e in pochi minuti ci ritroviamo vicino all’aeroporto. Siamo in 5, due soldati americani, un lituano venuto a visitare la figlia a Miami, un haitiano bianco ed io. Macc, l’organizzatore, ci ha assicurato che il percorso è ben segnato con cartelli e frecce disegnato sull’asfalto e ci dice pure che ci sarebbero stati dei volontari per indicare la strada. Io, per non saper né leggere ne scrivere, ho scaricato la mappa sul mio Garmin Fenix. Ci guardiamo in faccia, e ci diamo la partenza. Di cartelli e segnali non ne vediamo, e meno che mai volontari che indicano la strada, e quindi tutti mi seguono. Il percorso si fa subito abbastanza difficile, il polpaccio mi fa sempre male. Buio pesto. Verso il decimo chilometro vediamo il primo segnale e lo seguiamo, anche se ci manda fuori strada rispetto alla mappa che avevo scaricato. Ci fidiamo del segnale. Ne vediamo altri due, e poi basta. Siamo completamente fuori strada. La salita intanto si fa veramente tosta e dobbiamo camminare a tratti. Arriviamo al traguardo che abbiamo percorso appena più di 16 chilometri, forse non proprio la distanza regolamentare…
Tagliamo il traguardo insieme io e il lituano. Gli americani si erano staccati prima. Per loro fortuna, erano seguiti da un’auto dell’organizzazione che gli ha indicato il percorso giusto, anche se anche loro hanno percorso appena 12 miglia, invece delle 13.1 standard. L'haitiano bianco taglia anche lui il percorso, abbastanza stravolto. È stata la prima mezza e prima maratona di Port-au-Prince… anche il New York City Marathon è iniziato con poche decine di partecipanti, quindi, forse ieri abbiamo fatto la storia.


mercoledì 27 luglio 2016

Il 13 giugno del 2015, smisi di fumare. Mi attaccai alla sigaretta elettronica, ma dopo un paio di settimane l'abbandonai. Piu' di un anno senza fumo, e non sentirne la mancanza.
Fino al 10 luglio quando, chiuso nel cesso insieme ad un collega fumatore, gliene chiesi una.
Abbandonare un vizio non e' facile, soprattutto il fumo. Ricascarci e' un attimo. E ci ricascai. Ne fumai un'altra, e poi tante altre ancora.
Dopo aver evacuato tutti i colleghi, mi ritrovai a casa, da solo, con una stecca di camel sul tavolo. Continuare a fumare era quindi d'obbligo. Fino a ieri pomeriggio.
Mentre fumavo l'ennesima sigaretta sulle scale d'emergenza dell'ufficio, guardavo intorno a me, i luoghi della battaglia, Jebel Kujur, ma soprattutto dentro di me. Settimane che non corro, che non pedalo, che non faccio un cazzo. Mi sveglio al mattino e fumo. Torno a casa la sera, e invece di andare a correre, mi accendo una sigaretta. Non mi piaccio, devo reagire, devo fare qualcosa. E devo farlo subito. Adesso. Cerco di convincermi che in fondo, anche se lo faccio fra una settimana, il tempo di fumare quei bei pacchettini luccicanti... Vaffanculo, faccio un barbecue.


E mentre bruciavano tutte le sigarette che avevo in casa, in macchina e in ufficio, mi fumai l'ultima... e che goduria...
video

Poi, 10 chilometri di corsa, 51 minuti e spicci.


sabato 16 luglio 2016

7 chilometri e 80 metri, 7 come il mese di luglio, 8 come venerdì 8 quando tutto è iniziato.
Questo sarebbe un blog di corsa, un po’ moribondo per tanti motivi, ma di tanto in tanto lascio qualche traccia, e oggi ne ho voglia.
Venerdì scorso, finito di lavorare, torno a casa che si trova dentro lo stesso compound dove c’è l’ufficio. Siamo dentro la base principale delle Nazioni Unite a Juba. A poche centinaia di metri, c’è la postazione delle truppe dell’opposizione, intorno al perimetro della base, due campi, dove una popolazione di diverse migliaia di persone di etnia Nuer è protetta dai caschi blu. La postazione delle truppe dell’opposizione è il risultato di un tentativo di pace tra l’opposizione e il governo, il capo dell’opposizione essendo stato nominato vice-presidente del governo di transizione. La tensione è alta da mesi, ma da una settimana è al culmine dopo l’uccisione di due esponenti di spicco dell’opposizione e di cinque soldati governativi in due incidenti separati.
Torno a casa e decido di correre. Corro ormai con costanza e dedizione. Il dolore ai tendini è ormai solo un ricordo. Riesco ad allungare le distanze e ad andare più veloce. Faccio tre giri del compound, circa 15 chilometri a 4’50”/km. Me la prendo comoda, cerco di godermi ogni passo. Sono distanze che fino a pochi mesi fa mi sognavo. Finita la corsa, i miei colleghi m’informano che c’è casino in città. Si stanno sparando. Mentre chiacchieriamo davanti alle nostre case, cominciano a sparare intorno a noi. Prima artiglieria leggera, quasi quasi sembra pioggia, poi calibri più pesanti. Andranno avanti per circa tre ore. Sono i soldati governativi che stanno attaccando la postazione dell’opposizione. Tra una pausa e un’altra, riusciamo nell’intento ad accendere il barbecue. Con il calar del sole, l’intensità del fuoco diminuisce. Ci mangiamo le bistecche e gli hamburger, con il cielo illuminato di tanto in tanto dai traccianti. Sappiamo bene che questo è solo l’antipasto, ma mai, mai mi sarei immaginato un primo piatto del genere. Sabato passa abbastanza tranquillo, qualche sparo isolato ma nulla di speciale. Domenica ci svegliamo, insieme con un collega ci godiamo un bel caffè sulla mia verandina e poi comincia il casino. Non è questo il luogo di andare nei dettagli, basterà dire che le prime quattro ore le passiamo chiusi nel cesso. Artiglieria leggera, pesante, granate, colpi di cannone e di carri armati. Le nostre case vengono colpite a più riprese. Ci troviamo proprio sulla linea di fronte. I muri della casa tremano. Il tetto viene colpito ripetutamente. Nei pochi momenti di pausa, riesco a chiamare i colleghi nelle altre case e farli venire da me. Faccio entrare anche 5 guardie di sicurezza locali, giovani ragazzi non armati completamenti esposti al fuoco. Siamo tutti per terra, aspettiamo e non abbiamo idea di cosa stia succedendo. All’ora di pranzo, riesco a cuocere un po’ di pasta per tutti, il tempo di mangiare che riprende il fuoco con ancora più vigore, siamo stanchi e vogliamo solo che finisca al più presto. Ma niente, questi vanno avanti senza stancarsi. A sera, appena cala il sole, si scatena un temporale mai visto prima. Lampi e tuoni che hanno il merito di raffreddare gli animi. Piano piano cala il fuoco, ceniamo e andiamo a dormire.
Lunedi mattina, solito caffè sulla veranda. C’è un’illusione che il peggio sia passato, ma alle nove e mezza precise, riprendono dove aveva finito il giorno precedente, con l’aggiunta di altri carri armati e di elicotteri che sparano missili proprio sulle nostre teste. A sera, un cessate il fuoco viene dichiarato, poi c’è la notizia che l’opposizione si ritira. Il cielo della notte s’illumina di traccianti sparati in segno di festeggiamento. Martedì passa abbastanza tranquillo e mercoledì cominciamo con le evacuazioni del personale. Esco per accompagnare i colleghi all’aeroporto. Soldati morti sulla strada, APC distrutti ai lati della strada con cadaveri bruciati dentro. Una desolazione mai vista prima. Con il passare dei giorni, il tanfo della morte aumenta sempre più poi ieri, finalmente, la Croce Rossa comincia a raccogliere i corpi. Parlano di circa 300 morti da venerdì. Boh… dalla quantità di roba che questi si sono buttati addosso, mi sembra poco, ma non sono un esperto di guerra e non voglio diventarlo.
Dopo quanto successo, mi ritrovo la sera nella veranda a godere del silenzio, con solo il rumore del generatore nel sottofondo. Pace.
Oggi, dopo 8 giorni, sono uscito di nuovo per una corsa. Gambe pesanti, andamento incerto, ma l’importante era solo riprendere una parvenza di normalità.


domenica 7 febbraio 2016

La settimana finisce con due ore di rulli ieri, 2.2 chilometri di nuoto seguiti da 7 chilometri di corsa con temperature superiori ai 35 gradi. Sono riuscito a mantenere un ritmo di 5'/km, ma e' stata dura.
Questa mattina, verso le 6 e 20, sento un bel po' di spari, vicinissimi. Mi convinco che sono i cinesi che festeggiano il capodanno, ma so benissimo che non e' vero. Scopriro' poco dopo che ci sono dei simpaticoni che ci sparano addosso da venerdi. Un amico mio ha trovato questo nel bagno, e un bel buco sulla parete.
Devo decisamente cambiare percorso.

venerdì 5 febbraio 2016

Quasi le 10 di sera a Juba, fa caldo, ma non troppo. Dopo tre giorni di viaggio nel paese, ieri sono tornato a Juba e ho ripreso gli allenamenti. I giorni di riposo mi hanno fatto bene, tanto che questa mattina ho corso 11 chilometri sotto i 50', cosa che non facevo da almeno 4-5 anni. Sensazioni ormai perdute nella memoria che sono riaffiorate... ricordarsi cosa vuol dire correre. Bello. Questo il motivo di questo post.
Dopo 15 minuti che correvo questa mattina, verso le 6 e 15, ho sentito un paio di spari molto vicini. Ho accellerato per allontanarmi il piu' possibile quando, dopo 3-4 minuti e' iniziata una sparatoria intensa, durata non piu' di un paio di minuti. Intensa e vicina. Non buono.
Ma poi e' sceso il silenzio, e ho concluso la corsa con l'incontro con quest'amico nella foto:


Quest'altro l'avevo trovato qualche mese fa.


 Giornata finita con una pedalata tranquilla, domani si fa sul serio.


mercoledì 27 gennaio 2016

Mesi che scrivo poco o niente, perché poco o niente ho da dire, ma mi leggere gli amici che continuano a farlo, e va bene cosi. Scrivo poco o niente, ma continuo ad allenarmi, senza proclami, in silenzio. L’obiettivo ormai è nel mirino, devo aggiustare la mira, registrarmi e finalizzare. Un viaggio con tutta la famiglia in Austria, partendo dall’Uganda, è un bell’investimento, considerando che poi a luglio ci toccherà tornare in Europa, e poi chissà dove ancora. L’Austria dunque, in quel di St Polten, un 70.3 poco lontano dalla città dove sono cresciuto e che non visito da quasi 20 anni.

Non posso fare brutta figura, quindi ci sto dando dentro, ma senza troppo stress, come al mio solito. Tre-quattro giorni a settimana mi accontento di un solo allenamento, il resto della settimana cerco di infilarcene due. In questo modo raggiungo abbastanza agevolmente le 10-11 ore di allenamento settimanale, 250-280 chilometri di bici, 20-30 di corsa e una nuotata di almeno un paio di chilometri. Al momento cerco solo di stabilizzare la routine e assicurarmi che caviglie e tendine d’Achille tengano. Le precauzioni non sono mai abbastanza e l’infortunio è sempre dietro l’angolo.

Per il resto, tutto procede come al solito. Il Sud Sudan non cambia, le cattive notizie marcano a uomo quelle buone, sembra che non si vada avanti ne indietro, sospesi, immobili. Quante cose vorrei dire a questo punto, ma non saprei da dove cominciare e forse non riuscirei nemmeno a finire. So solo che quando me ne andrò da qui, questo paese mi mancherà. E’ un paese che non ti permette di rimanere indifferente, ti provoca slanci di amore e di odio. E’ un paese con tutte le contradizioni tipiche dei paesi africani, grande potenziale umano e naturale, tanta corruzione e violenza gratuita.


Passo, chiudo, i rulli m’aspettano.

mercoledì 11 novembre 2015

Mi autocelebro anch'io!


Ero partito per fara una buona gara, e da cazzaro quale sono avevo annunciato a tutto il mondo che avrei vinto, umiliando gli avversari e facendoli pentire di essersi iscritti alla gara. Poi, ho ridimensionato la cosa, annunciando un posto tra i primi 5, con il podio come obiettivo a portata di mano.
L'occasione era il triathlon di Kyaninga, nella zona di Fort Portal, nella parte occidentale dell'Uganda. Un triathlon sprint (750 m di nuoto in un lago vulcanico, 16.5 k di mountain bike e 4 di corsa).
Come previsto, nuoto miserabile, esco tra gli ultimi con foto impietose fatte da mia moglie che mostrano una vecchia uscire prima di me, seguita da un panzone e poi dietro, molto dietro, io. In zona cambio non ci sono quasi piu' bici. Impugno la mia nuovissima Giant 29 pollici, mai usata prima, metto le freccia a sinistra, e comincio a sorpassare. Percorso duro, a tratti brutale. Salite toste e lunghe che riesco a domare sui pedali, mentre tutti gli altri spingono le bici a piedi.  Poco prima della fine della frazione bike, mi urlano che sono terzo. Mi galvanizzo, entro in zona cambio e parto per la frazione corsa. Altro giro del cratere, altre salite che non si possono fare di corse, altri sorpassi, ma solo di donne, che erano partite 20 minuti prima degli uomini. Finisco sotto un violento acquazone convinto di essere arrivato terzo, ma alla premiazione, sorpresa, sono secondo, con tanto di medaglia e piante di cicade, moglie e bambine fiere.
E soprattutto, amici e colleghi convinti che io sia un campione per davvero. Ho cercato di spiegare che la competizione era veramente scarsa... ma non c'e' nulla da fare.