domenica 24 novembre 2013

Manila News

Roma. Entri in un bar, dalla porta guardi il barista e gli dici cosa vuoi. Il tempo di arrivare al bancone, il caffe’ e’ pronto. Lo bevi, lasci i soldi sul bancone, saluti e te ne vai. 2 minuti in totale se ti ferma a dare un’occhiata al giornale (corriere dello sport) e se paghi alla cassa.
Manila. Entro in uno starbucks. Devi prima pagare alla cassa. Alla cassa spieghi quello che vuoi, quando hai detto espresso devi specificare se lo vuoi “solo” oppure “doppio”, se lo vuoi in una tazzina o in una tazza di carta, vieni informato che c’e’ l’offerta che puoi prendere un caffe’ doppio con solo un piccolo sovrapprezzo, insisti che vuoi solo un espresso “solo”, allora ti si offre qualcosa da mangiare, tipo panino al tonno o quiche normanna, tu insisti che vuoi solo un cazzo di espresso “solo”, allora ti chiede il tuo nome che viene scritto sulla tazzina, e finalmente ti si comunica il prezzo (di norma almeno due eurazzi, a Manila 100 Pesos!), dai i soldi, la cassiera comincia a smanettare sullo schermo touch, passa una carta magnetica in un lettore, ricomincia a smanettare, stampa uno scontrino lungo un metro, aspetta che si apra la cassa, mette i soldi, calcola il resto con la calcolatrice, ricalcola per essere sicura, prende 4 pezzi da 100 Pesos (avevo lasciato 500 pesos), li conta una volta, poi un’altra e finalmente te li da insieme allo scontrino. La voglia di caffe’ che stava sparendo torna prepotentemente. A quel punto bisogna muoversi verso i baristi, di solito almeno 4 davanti a due macchinette da caffe’. Gli ordini vengono evasi uno per uno, nel senso che i 4 dietro alle macchinette preparano insieme ogni ordine, uno alla volte. Il problema e’ che un “Latte Americano” e’ un bicchierone da 500 ml, con dentro almeno 8 ingredienti che vengono mixati e 3 macchinette diverse e tutti tranne gli italiani ordinano “Sweet Latte Grande with chocolate” e stronzate varie. Se ci sono tre persone in attesa davanti a te, preparati ad almeno 10 minuti d’attesa. Finalmente arriva la preparazione dell’espressino. Di nuovo in 4 si mettono insieme per risolvere il problema. Chi smanetta a destra, chi a sinistra, il prezioso liquido viene raccolto in un bicchierino di plastica e poi versato con molta attenzione nella tazzina, la tazzina viene pulita sopra, sotto e intorno, e finalmente ti viene servita. Durata dell’operazione, almeno 15 minuti, e non sto esagerando.
La descrizione di cui sopra non e’ esclusiva di Manila, stesso procedimento i ogni starbuck del cazzo che conosco. E perche’ vai nei Starbucks? Perche’ sono i soli bar che riescono a fare un espresso che non sia vomitevole.

Sono a Manila. Oggi 6 chilometri di corsa, in una citta’ che vuole farsi ben volere. Pulita, strade e marciaiedi larghi, parchi verdi, giochi per bambini... Domani si parte per Roxas. Vediamo di correre anche li.

venerdì 22 novembre 2013

Yolanda bastarda

Novembre volge quasi al termine, tempo di qualche bilancio, tempo di trovare un obiettivo, uno stimolo per rimettersi in gioco. Nell’attesa, fumo, bevo e non faccio un cazzo, aspettando quel click sotto forma di mouse che clicca sulla registrazione ad una gara. Da quel momento in poi, le sigarette finiscono nel cestino, la birra sparisce dal frigo, la sveglia punta alle 4.30 del mattino e giorno dopo giorno prendo una forma diversa. Con il lago Kenyir (Malesia), ho un conto aperto. L’anno scorso era la mia gara d’esordio nel triathlon, ed e’ stato un disastro. Gara durissima, clima caldissimo, e un paio di cazzate pre-gara mi hanno costretto ad abbandonare dopo poche centinaia di metri  della terza frazione. Ma l’esperienza fu bellissima lo stesso. Il pensiero mi frullava in testa gia’ da qualche giorno, pensieri di rivincita e di gloria, e mi stavo preparando mentalmente, quando e’ arrivata Yolanda che ha rovinato tutto, non solo il mio approccio mentale, ma probabilmente anche le vacanze di natale a Bali (hotel e biglietti aerei pagati...) con le quali volevo fare schiattare d’invidia mezzo mondo.
Yolanda... uno se l’immagina alta, atletica, bella, carnagione scura mediterranea, invece nulla di tutto cio’. Era grande e grossa, un occhio solo, e portava con se venti sopra i 275 chilometri all’ora. E’ andata a farsi un giretto nelle Filippine, per poi continuare il suo viaggio in Viet Nam. Nelle Filippine si e’ fermata per pochi giorni, il tempo di lasciarsi dietro migliaia di morti, dispersi e tanta distruzione.
Non ci pensavo troppo, e infatti sono andato avanti per i cazzi miei. Poi martedi, ricevo un segnale in codice che diceva “c’e’ un grosso casino nelle Filippine, ci servono i nostri uomini migliori sul posto, Karim, tu sei il migliore, abbiamo bisogno di te”. Secondo altri, invece, il messaggio era “abbiamo cercato dapperttutto, nessuno vuole andare, sei rimasto solo tu, quindi vai e cerca di non fare ulteriore casino”. La verita’ sta probabilmente in mezzo, tant’e’ che domani, sabato, ora 5.50, saro’ su un volo che mi portera’ a Manila, e da li andro’ a Roxas.

Mi portero’ le scarpe da corsa e gli occhialini, che non si sa mai. D’altronde, saro’ molto vicino a Cebu...

lunedì 18 novembre 2013















Rieccomi, e non per parlare di corsa, allenamenti o gare epiche. Poca voglia, qualche acciacco, qualche male di stagione, e le giornate passano senza allenamenti degni di nota. Questo potrebbe riflettersi sul mio umore, ma per fortuna ho una famiglia intorno che richiede molte energie e attenzioni. Mi mancano le scariche ormonali degli allenamenti sportivi, ma queste sono compensate in altro modo. Molti viaggi di lavoro (8 missione in due mesi), e soprattutto una bellissima vacanza con moglie e figlie al mare e nella giungla di Sumatra. Al mare siamo stati su un isola a Nord di Banda Aceh. Mare limpido, pulito, gente veramente bella e simpatica, una varietà di pesci mai vista e facilmente accessibili anche per la piccolina. Dopo qualche giorno di relax al mare, ci siamo spostati in un villaggio dentro la giungla di Sumatra, Bukit Lawang. Semplicemente spettacolare. Oltre la bellezza della natura, le avventure con gli elefanti e gli oranghi, la pulizia e la cura dei siti, la differenza la fa la gente, semplicemente Bella.
Vivere e lavorare in Indonesia, e soprattutto a Jakarta, non è facile. Ci si scontra con una cultura troppo diversa dalla nostra, e forse con il tempo ho perso un pò la mia capacità di adattarmi. Ma con il tempo, ormai sono quasi due anni che sono qua, ho cominciato ad apprezzare alcune cose, accettarne altre, e tutto fila molto più liscio. Ho anche comprato un libro per imparare la lingua e forse, dico forse, mi comprerò fra qualche mese anche una camicia di Batik. Il batik è un simbolo nazionale. Il venerdì, tutti gli indonesiani indossano le loro camicie batik, cosi come molti espatriati, che lo fanno come ad indicare chef anno parte del paese. Io mi sono sempre rifiutato di comprarne e di indossarne una, perché il paese mi stava sul cazzo. Oggi la situazione sta cambiando, e un batik potrei anche prenderlo in seria considerazione.
Detto ciò, spero che le foto qui sopra vi abbiano fatto schiattare d'invidia!! 
Buone corse!