martedì 7 marzo 2017

E ancora sul podio!

Weekend di gara al lago Nabugabo, sud ovest dell’Uganda. Una specie di sprint, 500 metri di nuoto, 24 chilometri di bici su sterrato vero, 4.8 chilometri di corsa. Mi presento alla gara in discreta forma. Alla registrazione, mi riconoscono come una vera star, il secondo arrivato al triathlon di Kyaninga dell’anno scorso. Negli occhi dei miei avversari vedo paura, in qualcuno terrore puro.
Mi tuffo in acqua e subito non riesco a prendere il mio ritmo. In piscina respiro ogni 4 bracciate, ma qui non ci riesco proprio. Nuoto male, scoordinato e infatti esco dall’acqua dopo 11 minuti abbondanti. In T1 sono rimaste poche bici, ma non mi scompongo. 24 chilometri di sterrato sono più di un’ora, quindi abbastanza tempo per recuperare, come puntualmente succede. Comincio a sorpassare fino a quando mi ritrovo da solo. Nessuno davanti e nessuno dietro, tranne tre ragazzi ugandesi, con bici cinesi da 40 chili, che mi passano e mi aspettano a mo’ di presa per il culo. Percorso fangoso, e dove non c’era fango, sabbia. Vado quindi abbastanza cauto per evitare di cadere. T2 abbastanza veloce, e quindi corsa, abbastanza tranquilla. All’arrivo sono terzo, essendo stato battuto sonoramente nel tratto MTB. In corsa ho recuperato ma non abbastanza.... e non scendo nei dettagli a proposito dei miei avversari... basta dire che il primo ero al suo primo triathlon!
A casa mi porto un buono per un servizio completo della bici per circa 50 EURO. E con questo sono ufficialmente diventato un professionista…



Dopo Haiti, mi godo la famiglia in questo paradiso terrestre che è l'Uganda. La prossima destinazione è stata decisa e sono felice. Non anticipo nulla... diciamo che avrò la possibilità di allenarmi in altura, in vista del 70.3 di Sankt Polten a fine maggio (fatta iscrizione, prenotato e pagato albergo e biglietti aerei... non ci sono scuse).

lunedì 13 febbraio 2017

La mezza ridotta di Port-au-Prince

Ho lasciato Juba a fine novembre. Non ce la facevo più. Volevo tornare a stare con la mia famiglia in Uganda. Quindi mi hanno mandato in missione a Haiti.
Haiti quindi, isola dei Caraibi, belle spiagge, ma tanti problemi. E se sono venuto qua, è solo per colpa dell’uragano Matthew che ha fatto molti danni. Non è l’ideale, ma sempre meglio del Sud Sudan.
Haiti, quindi, e una domenica di dicembre con un collega passata nella costa Sud, in un posto che si chiama Jacmel. Le indicazioni che ci hanno dato sono sbagliate, ci ritroviamo in una cittadina in piena decadenza, i danni del terremoto anche ben visibili, una spiaggia piena di detriti, caldo soffocante. Ci fermiamo per mangiare un boccone e una ragazza canadese, vedendo i miei tatuaggi, mi dice che a febbraio, nella capitale Port-au-Prince, ci sarà una maratona.
Fast forward e mi ritrovo il 12 febbraio ad uscire di casa alle 4.30 del mattino per andare in zona partenza. Ho deciso di iscrivermi alla mezza, ma da più di una settimana ho un problema al polpaccio che mi impedisce di correre e se riesco a correre, mi impedisce di spingere. E’ una settimana che non corro nella vana speranza che il dolore sparisca. Mentre scendo le scale, sento che il dolore è sempre lì, maledetto.
Esco. Buio pesto. Le regole di sicurezza delle Nazioni Unite mi impedirebbero di uscire a quest’ora, è ancora copri-fuoco, e tanto meno uscire a piedi da solo. Ma d’altra parte, non ho molte scelte. Taxi qui non esistono. Ho camminato e corso in città e non mi sono mai sentito veramente in pericolo. Decido di andare e arrivo infatti senza alcun problema in zona partenza. La partenza della maratona è a Place Boyer, a circa un chilometro dal mio alloggio. La mezza invece parte dall’aeroporto e uno shuttle è stato organizzato per portarci. L’arrivo della mezza e della maratona è in questa piazza Boyer, che si trova nel punto più alto della città, Petion Ville. Chi corre la maratona si farà quindi circa 21 chilometri di discesa per arrivare all’aeroporto, e poi l’altra mezza in salita per tornare al punto di partenza. Chi fa la mezza invece, ha il privilegio di farsi praticamente tutta la gara in salita.
I partecipanti alla maratona sono una ventina, forse meno. Un tedesco, un inglese, qualche americano, dei giapponesi e un paio di haitiani. Il tedesco, 77enne, è alla sua 500esima maratona, l’americano di qualche anno più giovane, alla sua 180esima. Verso le 5 e 15, partono. I partecipanti della mezza si sistemano nello shuttle e in pochi minuti ci ritroviamo vicino all’aeroporto. Siamo in 5, due soldati americani, un lituano venuto a visitare la figlia a Miami, un haitiano bianco ed io. Macc, l’organizzatore, ci ha assicurato che il percorso è ben segnato con cartelli e frecce disegnato sull’asfalto e ci dice pure che ci sarebbero stati dei volontari per indicare la strada. Io, per non saper né leggere ne scrivere, ho scaricato la mappa sul mio Garmin Fenix. Ci guardiamo in faccia, e ci diamo la partenza. Di cartelli e segnali non ne vediamo, e meno che mai volontari che indicano la strada, e quindi tutti mi seguono. Il percorso si fa subito abbastanza difficile, il polpaccio mi fa sempre male. Buio pesto. Verso il decimo chilometro vediamo il primo segnale e lo seguiamo, anche se ci manda fuori strada rispetto alla mappa che avevo scaricato. Ci fidiamo del segnale. Ne vediamo altri due, e poi basta. Siamo completamente fuori strada. La salita intanto si fa veramente tosta e dobbiamo camminare a tratti. Arriviamo al traguardo che abbiamo percorso appena più di 16 chilometri, forse non proprio la distanza regolamentare…
Tagliamo il traguardo insieme io e il lituano. Gli americani si erano staccati prima. Per loro fortuna, erano seguiti da un’auto dell’organizzazione che gli ha indicato il percorso giusto, anche se anche loro hanno percorso appena 12 miglia, invece delle 13.1 standard. L'haitiano bianco taglia anche lui il percorso, abbastanza stravolto. È stata la prima mezza e prima maratona di Port-au-Prince… anche il New York City Marathon è iniziato con poche decine di partecipanti, quindi, forse ieri abbiamo fatto la storia.