giovedì 24 maggio 2012

Farla fuori dal vaso, ovvero l'arte di pisciare. A Jakarta

Pochi di voi, ignoranti, avranno letto “100 anni di solitudine”, e ancora meno si ricorderanno di quel magnifico passaggio in cui il colonnello Buendia, pisciando, pensava che colui che aveva inventato il gabinetto non sapeva nulla dei maschi. Parole povere e semplici le mie, nulla a che vedere con la poesia dell'amico Gabriel, ma il succo, per sommi capi, era quello. E' troppo basso, facile farla fuori, prendi la mira, ma basta un niente per far deviare il flusso e sporcare il bordo o, peggio, il pavimento. Narrano le cronache dell'epoca, che fu proprio dopo la pubblicazione del libro che fu inventato il pissoir, l’orinatoio, “un apparecchio sanitario specifico per la minzione maschile”. L’orinatoio va incontro qquindi ai bisogno del maschio che piscia essendo posto ad una altezza adeguata che permette una minzione tranquilla senza timore di farle fuori. Il manuale della perfetta minzione spiega la tecnica migliore per godere appieno dell'oggetto. Bisogna avvicinarsi al becco, allargare leggermente le gambe in modo da abbassarsi ulteriormente verso l’urinatoio e ridurre cosi l'area d'aspersione, tirare giu' la chiusura lampo, abbassare leggermente la mutanda per prendere il coso, tirarlo fuoi, fare la pipi stando un po’ attento al primo getto che e’ quello che puo’ sorprendere, sgrullatina (ricordarsi che dopo la terza e' gia' masturbazione), rimettere il tutto dentro, tirare su la chiusura lampo e basta. Grazie alla tecnologia moderna, non serve nemmeno tirare l'acqua. Nel libro “200 anni di solitudine”, il colonello buendia si e' fatto costruire un orinatoio in casa e dopo aver fatto la pipi nota compiaciuto che nemmeno una goccia e' finita fuori. La soddisfazione del colonnello e' anche la mia. In autostrada bevo litri e litri d'acqua per potermi fermare ad ogni autogrill. A Jakarta, la tecnica della minzione e’ molto particolare, anche se gli orinatoi sono identici. L’indonesiano si avvicina all’orinatoio, si slaccia completamente i pantaloni fino a farli scendere a meta’ coscia, alza camicia e maglietta della salute fino al petto, si attacca letteralmente all’orinatoio, piscia tenendo la mano libera sul muro di fronte, quindi si riveste e, mistero, riesce a sporcare di pipi non solo il bordo ma anche il pavimento e il muro. Dopo la minzione c’e’ sempre una rosa d’urina simile a quelle dei calibri 12 sparati con un fucile a pallettoni da una buona distanza. Come cazzo facciano, non riesco a spiegarmelo. Pare che nel libro “300 anni di solitidine”, prossimamente in libreria, il colonnello Buendia risolvera’ questo mistero. Oggi 11 chilometri netti a 4’40”. 30 gradi, 80% d’umidita’. Mentre correvo, un’ape asiatica mi ha punto la spalla destra. Dolore acuto. Senza fermarmi ho tolta l’aculeo e sono andato avanti. Che uomo... Buone corse.

mercoledì 23 maggio 2012

Testa alta e pedalare, ovvero, sull'utilizzo della bici a fini sportivi a Jakarta

Sono sulla Jalan Thamrin in direzione sud, poche machine ancora, le luci stradali si sono spente ma la luce del sole ancora non illumina bene la strada, ma non sono troppo preoccupato. La strada e’ larga e mantenuta molto bene. Sono concentrato sulla strada. Un attimo, abbasso lo sguardo per far riposare un po’ il collo e quando lo rialzo mi accorgo che sto per travolgere uno spazzino. Riesco ad evitarlo per un pelo, ma lo spavento e’ stato forte. Lo spazzino non s’e’ accorto di nulla. E’ andata bene ed e’ una lezione che non mi devo dimenticare. In bici, guardo sempre davanti, sempre. Se la corsa a Jakarta puo’ essere problematica, andare in bici e’ peggio. La finestra temporale e’ la stessa. Dal momento che comincia ad albeggiare intorno alle 5 e 20, fino alle 6 e 30 al massimo, quando il traffico diventa un ostacolo insormontabile. Per i primi 20 minuti e’ abbastanza buio e bisogna prestare molto, molta attenzione. Jakarta centro e’ pulitissima. Non perche’ gli indonesiani abbiano un tale senso civico da non buttare nulla per terra, anzi, ma perche’ c’e’ un esercito di spazzini che pulisce le strade. Gli spazzini non si limitano a dare una passata con la scopa, no, si dedicano al loro pezzo di strada con una cura incredibile e tengono il tratto di strada di cui sono responsibili lindo con fosse casa loro, forse meglio. Il problema e’ che spazzano sempre e puoi trovarteli davanti di colpo come mi e’ successo questa mattina. Poi ci sono gli autobus, di varie dimensioni, solitamente con motori malandati che emettono quantita’ di fumo incredibili. Di solito ti sorpassano e si fermano a pochi metri per fare salire o scendere le persone. Ci sono fermate prestabilite, ma loro se ne fregano, anzi, secondo me lo fanno apposta, quando vedono un ciclista si divertono a fermarsi davanti, non 20 metri davanti per darti il tempo di frenare e impostare un sorpasso, no, si fermano a 3-4 metri, il tempo di bestemmiare e frenare di botto. Poi ci sono i motorini, il mezzo di trasporto preferito degli indonesiani, per fortuna. Tu come ciclista sei al livello piu’ basso della scala di potere degli utilizzatori della strada. I motorini sono appena un gradino sopra, ma dato che di ciclisti ce ne sono abbastanza pochi, appena ne vedono uno si sfogano. Ti sfiorano, ti tagliano la strada, ti suonano. Piu’ che mandarli a fare in culo non puoi, ma verra’ il momento che ne becchero’ uno e lo prendero’ a calci in culo. Tanto sono piccoli e magrolini e non credo che facciano Thai Box come a Bangkok... Poi ci sono i venditori ambulanti di te’ e caffe’, veri e propri bar montati su biciclette, ovviamente senza luci e di solito viaggiano i direzione contraria al senso di marcia. Sono in un equilibrio molto precario e quindi tocca a te spostarti, facendo molta attenzione che un autobus o un motorino stronzo non si stia avvicinando per farti il pelo. Poi ci sono ovviamente le macchine, che i ciclisti proprio non li vedono, non esistono. Se devono svoltare, svoltano, senza frecce ne nulla e se tu stai sopraggiugendo, cazzi tuoi. Se invece segnali con una mano che devi andare dritto, si fermano. La domenica, ogni domenica, a Jakarta chiudono al traffico un paio di strade cosi creando un anello di circa 20 chilometri per ciclisti e podisti. Il problema delle macchine, autobus e motorini viene meno. Rimangono gli spazzini, anche di domenica, e dei bar su due ruote che ovviamente aumentano di numero in maniera esponenziale. Purtroppo, la finestra temporale per pedalare bene rimane praticamente la stessa, perche’ verso le 6 e 30 si riversano decine di migliaia di ciclisti che vanno li per divertirsi, giustamente. E si vede di tutto, bicilette d’epoca, famiglie con bambini di due anni che cominciano a pedalare proprio davanti a te, passeggiatori che cambiano direzione senza guardare e senza avvertire e poi ci sono i tremendi ragazzi con le fixies, biciclette senza marce e senza freni, guidati da dei pazzi. Poi ci sono quelli con lo skateboard, quelli con i pattini, poi ci sono le bande musicali, gli impiegati di uffici che marciano in formazione, ... Tanta allegria, tanto casino e poco spazio per pedalare seriamente, noi atleti seri... Questa mattina, al solito orario e sulla solita strada, ho fatto circa 30 chilometri e 35 k/ora di media. Alle 6 e 30 ero gia’ a casa e alle 7 e 15 in macchina per andare in ufficio. Ieri sera 1500 metri di nuoto in 36’, senza forzare, ma con il dubbio che forzando forse non avrei fatto 1500 metri... Buone pedalate a todos!

martedì 22 maggio 2012

Allenarsi a Jakarta, parte prima

Mi alzo come sempre alle 5. I muezzin che chiamano alla preghiera alle 4 e 30 ormai non li sento piu'. Vado in balcone a verificare il tempo. E' buio ancora, ma indovino un cielo coperto, atmosfera pesante, tanta umidita' che faccio non riesco nemmeno a vedere i grattacieli che ho di fronte. Tutto nella norma. Ci sono quasi trenta gradi, sento un leggero venticello, ed e’ normale dato che sono affacciato al ventesimo piano. Bevo il primo nescaffe’ della giornata, si, fa cacare, ma e’ proprio quello che mi serve... Alle 5 e20 sono in strada. Correre a Jakarta non e' come correre a Roma. A Roma, alle 5 e 20, corro in una citta' che comincia a svegliarsi lentamente, qualche saracinesca comincia ad aprirsi timidamente come fossero le palpebre di un bambino. Qualche furgone scarica pacchi di giornali vicino alle edicole ancora chiuse e riesci a sentire il silenzio, magari interrotto di tanto in tanto da qualche rara macchina di passaggio. No, Jakarta alle 5 e 20 del mattino e' gia' sveglia, se mai sia andata a dormire. Il silenzio a Jakarta e’ un miraggio. A qualsiasi ora del giorno e della notte c’e’ un rumore costante, un sottofondo piu’ o meno intenso data dalle milioni di macchine che riempiono le strade. Lo senti di notte, un brusio costante. Lo senti di giorno, molto piu’ amplificato ed acuto. Oltre al rumore, c’e’ gente, tanta gente. Chi cammina, chi mangia ai chioschi per strada, chi fa ginnastica. Non c'e' l'atmosfera magica e quasi surreale che puoi sperimentare correndo a Roma all'alba. A Jakarta trovi una certa calma, a quell'ora, all'alba, che e' ancora buio, ma senti anche tanto fermento, tanta energia, tanto caos pronto a scatenarsi. Io abito a Jakarta Centro (Pusat). Una zona moderna fatta di grattacieli, strade alberate e marciapiedi larghi e rotonde con enormi fontane. Dopo circa tre chilometri di strada arrivo al monumento nazionale, unico parco di questa enorme citta’. Centinaia di persone che corrono, giocano a calcio e a basket, camminano e gruppi di donne e uomini che fanno ginnastica insieme a ritmo di musica. Spettacolare. Faccio il giro, esco dal parco, approffitto ancora del poco traffico per fare un giro intorno al palazzo presidenziale, il museo nazionale, e me ne torno verso casa, quando il traffico comincia a farsi pesante. Alle ore 6 e 30-40 massimo e' finita. A quel punto correre non ha piu’ senso. A Jakarta ci sono 13 millioni e mezzo di veicoli, e crescono ad un ritmo di 10% l’anno. Le strade sono poche e tutte intasate. La citta’ e’ enorme. Ufficialmente, in citta’ vivono 10 millioni di persone, ma nell’area chiamata Greater Jakarta (che comprende zone periferiche come Depok e Bekasi), ci sono 28 millioni di persone. Molte di queste vengono a lavorare in citta’, ognuno con la sua bella macchinina e vi lascio immaginare l’incubo che si crea sulle strade. Oggi sono stati quasi 11 chilometri corsi ad una media di 4’37”. Le “sensazioni” sono ottime. La costanza delle ultime settimane comincia a fare effetto. Corro relativamente poco, non piu’ di 40 chilometri a settimana, e questo perche’ alterno la corsa con la bici. E il pomeriggio nuoto. Ogni giorno, tranne il lunedi che faccio riposare le gambe e mi facccio una nuotatina rilassante. Obiettivi a breve termine non ne ho. A dicembre c’e’ un mezzo Ironman a Phuket. Oppure un doppio olimpico, sempre a Phuket. Sempre a dicembre. Buone corse!